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Pathémata – Mathémata

31 ottobre 2018

10 anni insieme

Pathémata – Mathémata

31.X.2018

Non è tempo di fare bilanci. Nell’economia della chiesa non esistono bilanci: quelli appartengono alle logiche del marketing e della produttività. L’amore non si può valutare imbrigliandolo nella gelida griglia del casellario “dare/avere”. Immaginate se due sposi dicessero: “Tu non mi dai quello ch
e io ti do”, oppure “io in tutti questi anni, da quando stiamo insieme ho fatto questo, ho fatto questo, ho fatto quest’altro!” enumerando una relazione che risulta essere solo “di fatto”.

Non è sulle cose fatte, date o ricevute che si verifica una relazione.

La scorsa notte il mio nipotino Leonardo si è svegliato verso le 3.00 piangendo. Come sempre ho riscaldato il latte, l’ho versato nel biberon, gli ho messo il bavaglino, e quando ho provato a darglielo, innervosito lo sputava. Ho provato più volte, ma ad un certo punto si è innescato un crescendo di urla sempre più forti. L’ho dato alla mamma, non c’era altra soluzione. Si è istantaneamente calmato.
L’amore non è in quello che si da, che può anche essere di vitale importanza, ma nella relazione.

L’amore non è nelle cose si danno, al massimo l’amore può darsi.

Stamattina Papa Francesco durante l’udienza generale del mercoledì cosi diceva nella sua catechesi:

“Ogni vocazione cristiana, in questo senso, – ora possiamo allargare un po’ la prospettiva, e dire che ogni vocazione cristiana, in questo senso, è sponsale. Il sacerdozio lo è perché è la chiamata, in Cristo e nella Chiesa, a servire la comunità con tutto l’affetto, la cura concreta e la sapienza che il Signore dona. Alla Chiesa non servono aspiranti al ruolo di preti – no, non servono, meglio che rimangano a casa –, ma servono uomini ai quali lo Spirito Santo tocca il cuore con un amore senza riserve per la Sposa di Cristo. Nel sacerdozio si ama il popolo di Dio con tutta la paternità, la tenerezza e la forza di uno sposo e di un padre. Così anche la verginità consacrata in Cristo la si vive con fedeltà e con gioia come relazione sponsale e feconda di maternità e paternità” (Udienza del 31.X.2018)

E allora se proprio di un FATTO vogliamo parlare, parliamo di quanta strada abbiamo fatto insieme, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, come è racchiuso della formula del matrimonio.

Il testo dell’Evangelo delle beatitudini che abbiamo ascoltato nella versione di Matteo 5, è organizzato su di un costrutto particolare che in italiano è simile a quello del periodo ipotetico.  È formato dall’unione di una proposizione reggente, o apodosi con una subordinata condizionale, o protasi.

La reggente esprime la conseguenza che deriva o deriverebbe dal realizzarsi della condizione indicata nella subordinata. Per esempio: Se avessi tempo (protasi), verrei volentieri (apodosi)

Così …

4Beati quelli che sono nel pianto,

perché saranno consolati.

5Beati i miti,

perché avranno in eredità la terra.

6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

7Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

8Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

9Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

10Beati i perseguitati per la giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

L’amore non sta nelle premesse, né tantomeno nelle conseguenze. L’amore sta in questo cammino dalla prima parte alla seconda della frase e quindi della vita.

Chi si ferma alla protasi o si accontenta dell’apodosi, non riuscirà mai a comprender il senso compiuto della vita, e questo è uno degli errori più pericolosi della grammatica dell’amore.

In questo cammino abbiamo attraversato tantissimi moneti di gioia, ma soprattutto la beatitudine della sofferenza ci ha insegnato tanto.

Ha scritto il celebre scrittore francese George Bernanos, in “La gioia”:

«Chi cerca la verità dell’uomo deve farsi padrone del suo dolore»

Impresa assai difficile, perché alla scuola della sofferenza l’uomo è e sempre rimarrà un apprendista. Eppure nessuno conosce veramente se stesso, ne saprà mai, fino in fondo, farsi prossimo, finché non ha sofferto. Perché niente, più del dolore, umanizza e sviluppa le facoltà dello spirito;

Per questo, già in una favola di Esopo è riportato un dittico davvero molto bello molto bello, che potrebbe diventare lo slogan vero e proprio di un percorso di vita:

Παθήματα – μαθήματα, Pathémata – Mathémata, “I dolori [sono] insegnamenti”

(Epitimio alla favola di Esopo, Il cane e il cuoco).

 In partica, la matematica della passione, in cui non vale la legge del calcolo delle probabilità di successo, ma il conto reale del valore aggiunto della esperienza, alla sottrazione della sofferenza. Perché il dolore è inversamente proporzionale alla passione: tanto più la sofferenza ti toglie, tanto più la vita ti insegna.

Basti pensare a quanto siamo cresciuti quando abbiamo perso una persona a noi cara. Mio padre mi ha insegnato tantissimo nella sua vita, ma nella sua morte, almeno il doppio della sua vita.

Ho letto l’ultimo libro, bellissimo, di Paolo Crepet, “Passione”, edito da Mondadori, che vi consiglio vivamente; ad un certo punto lui scrive, riportando una storia reale:

“Mio padre è stato il mio esempio di passione. […] lui mi ha insegnato il senso della passione. Ne sono rimasta marchiata come da un tatuaggio, da una cicatrice. La passione è la forza che tiene proprio quando tutto si scardina e si scioglie. Vince quando tutto fallisce. È l’ultima difesa a cadere, anzi non cede mai” (pp. 128-129)

Non dimentichiamo come riporta la lettera agli Ebrei che “Gesù pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,8).

Eschilo, nell’ Agamennone affermava«La saggezza si conquista attraverso la sofferenza»

Il dolore non è solo maledizione ed è ciò che ci ricorda il poeta romantico francese Alfred de Musset (1810-1857) nella sua poesia “La notte d’ottobre” (La nuit d’octobre, 1837), composta proprio quando egli era malato e provato dagli eccessi di una vita travagliata.

“L’uomo è un apprendista, il dolore il suo maestro:/

nessuno conosce se stesso finché non ha sofferto

Il dolore è una sorta di maestro che ci purifica dalla banalità, dalla stupidità, dalla superficialità, riportandoci all’interiorità, alle realtà che veramente contano, alla coscienza, al senso della vita.

Scrisse, un giorno, l’americano Mark Twain:

«Il dolore può bastare a se stesso, ma per apprezzare a fondo una gioia bisogna avere qualcuno con cui condividerla» (Seguendo l’Equatore).

Gesù non sottovalutò la difficoltà del nostro essere uomini attraversati dalle sofferenze. Ne fece una delle sue ultime attenzioni nelle ore più buie, ultime, della sua missione terrena: «In verità, in verità voi dico: voi piangerete e vi rattristerete… ma la vostra afflizione si trasformerà in gioia… nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16, 20.23a).

La gioia vera, come la croce, è lotta: dobbiamo imparare a conquistarla e ancor più a non smarrirla. Cristo ha sconfitto la morte per regalarci la gioia; noi dobbiamo fidarci di Cristo e, ogni giorno, chiedere a lui il segreto della vittoria. Guai a togliere la croce dalla realtà umana!

Questa scoperta di un Dio che si fa uomo per amore e per amore si dona sino al sacrificio cruento della croce sconvolge la cifra egoistica e autoreferenziale del genere umano.

La gioia vera è lotta: dobbiamo imparare a conquistarla e ancor più a non smarrirla.  Così scriveva Giovanni Crisostomo:

«Chi confida in Dio, come si deve, ha raggiunto la radice della felicità, si è impossessato della fonte di ogni letizia. Il meraviglioso, dunque, è proprio questo: che alla presenza delle sofferenze egli resta lieto. Se, infatti, non avesse dolore alcuno, non sarebbe un granché per lui poter gioire sempre; ma se gli sopraggiungono molti guai che, ordinariamente, conducono alla tristezza, essere superiore a tutto e giubilare in mezzo alle sofferenze: ecco la meraviglia!» (Giovanni Crisostomo, Omelie sulle statue).

Sì, beati, mille volte beati, coloro che condividono così il pianto consolato e redento di Dio. Sì, beati noi che siamo afflitti, perché oggi e sempre saremo consolati da quella matematica della passione che, in Cristo, ci insegna che il valore assoluto della vita consiste nella condivisione della esistenza.

“La passione segue una geometria variabile che dipende dalle vicende di ogni singola vita. Una geometria mobile, agile imprevedibile come i guizzi felini sul Muhammad Ali o gli scatti fotografici di Romano Cagnoni tra le macerie delle guerre nel pianeta. Una geometria ha sempre il retrogusto amaro del dolore sentito e visto in mille volti, incontrato, sfidato, vinto, e dal quale sei stato anche sconfitto. E alla fine, quando lo sguardo curioso di persone così appassionate si assopirà per sempre, ci sarà qualcuno da qualche altra parte del pianeta che lo avrà fatto suo. Quella passione sboccerà di nuovo, inattesa e irresistibile, e fiorirà lungo un’altra vita. E continuerà a correre”. (P. CREPET, op. cit., p.198)

Allora andiamo avanti, passo dopo passo, fatto dopo fatto, per il tempo che ci rimane, ma sempre con gioia, portando sempre nella mente che

Παθήματα – μαθήματα

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