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ASCENSIONE DEL SIGNORE Anno A 2020

25 maggio 2020

Dopo più di due mesi, finalmente ci ritroviamo insieme a celebrare l’Eucaristia nel giorno dell’Ascensione del Signore al Cielo.

Non mi sembra una semplice casualità.

Domenica 8 marzo, ultima volta in cui abbiamo celebrato la Messa insieme, nell’Evangelo della Trasfigurazione secondo Matteo, abbiamo ascoltato:

«Alzatevi e non temete»

Oggi l’Evangelo di Matteo si conclude così:

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Tutto questo tempo di presunta inutilità si è steso tra gli argini di questi due imperativi di coraggio coniugati al presente storico della vita di ciascuno di noi e non al futuro di una occasionale probabilità: io ci sarò …forse!; Tutto andrà bene … forse!

Non temere. Punto. Io sono con te. Punto.

E la ragione di questa paura esclusa non sta semplicemente nell’affermazione di una parola data, ma nella reale consapevolezza di una parola realizzata, concretizzata, potremmo dire meglio, “carnizzata”.

Il Logos (sostantivo che deriva dal verbo greco λέγω che letteralmente significa “raccogliere”, “mettere insieme”, è un verbo contadino: la parola altro non è che un pensiero raccolto) che era co-eterno con il Padre, raccolto nel suo pensiero, discende e raccoglie la carne della nostra natura umana facendola sua.

Anche noi possiamo carnizzare di Cristo il nostro logos quando, raccolto dallo Spirito Santo, il nostro linguaggio, che è finalizzato a comunicare cose, diventa lingua di carne che pronuncia parole incarnate.

Il Vangelo, infatti, non è un racconto, è un raccolto.

Papa Francesco, nel messaggio per la 54ma Giornata Mondiale per le comunicazioni sociali che celebriamo oggi, al numero 4 scrive così:

«La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata».

Ogni cristiano, allora, non può non essere che un amplificatore dell’Evangelo, uno cioè, che dice a tutti solo cose belle e la cosa più bella che si possa dire è che Cristo è Risorto e non ci lascia mai soli anche se, in un ossimoro divino, la vertiginosa potenza di questa verità, ci lascia senza parole. Il cristiano è uno che parla, senza parole, “sine glossa”, innescando la devastante pandemia del suo essere amato da Dio.

Pensate a quanto, in questo periodo di isolamento forzato, più che la semplice messaggistica di testo, abbiamo usato la parola parlata. Abbiamo utilizzato il telefono nel vero senso etimologico, come voce che si estende lontano da noi, non come smartphone evoluto, ma come lento, obsoleto, pesante citofono senza fili.

Avevamo voglia di ascoltare la voce dell’altro, di trascorrere ore e ore a parlare con l’altro perché quella conversazione, in realtà, diventava una convergenza di vocali rivestite di carne: in sostanza, abbracci.

Ci sono parole che ti rimettono in piedi, come un prendere sotto braccio;

Ci sono parole che ti risollevano, come un prendere in braccio;

Ci sono parole che ti tramettono amore, come in un abbraccio;

Ci sono parole che ti tranquillizzano, ti prendono per mano e ti accompagnano.

Queste parole che fuoriescono dalla nostra bocca come modulazione di frequenza, arrivano ad incidersi nella carne dell’altro come modulazione di calore, come un tatuaggio non verbale che sfora l’epidermide e rimane scolpito, oltre le ossa, nel tessuto più profondo del nostro essere.

Ecco perché il cristiano non è mai logorroico, ma sempre “amorroico”

Una parola carnizzata, raccolta dallo Spirito Santo, può salvare una vita, quando chi la riceve la decodifica non come sequenza di lettere, ma come un evento singolare, inaudito che tocca la carne di dentro.

E se qualcosa ti tocca la carne di dentro, vuol dire che ti sta operando, quindi ti sta salvando la vita!

Quante parole dure, affilate come lame di un bisturi ci procurano un dolore enorme, eppure ci salvano, ci guariscono.

Oggi quella Parola di salvezza sale al Cielo non per trascendere la carne, non per rinnegarla, non per decarnizzarla, non per liberarsene come avrebbe voluto il buon Platone – quasi a scegliere una realtà spirituale migliore di quella terrestre – ma per portarla con se nel regno senza tempo.

Quando tu pronunci una parola di carne in uno “spaziotempo” governato da determinate leggi matemetiche, il tempo stesso la logora, se la mangia, la corrode. Ma una parola pronunciata in uno “spaziosenzatempo”, non ha mai fine e la sua eco perdura in eterno, in un ambiente eternamente aperto, una specie di “buco bianco”. È come se pronunciassi una parola senza mai consumare il fiato nei polmoni.

Una parola ascesa è una parola la cui pronuncia è eterna, non si ferma mai, non si dilegua, non si interrompe nella balbuzie del tempo.

Ma se al Verbo sottrai il tempo e lo spazio, che cosa rimane di questa coniugazione divorziata? Rimane l’effetto dell’affetto.

Una idea è quella ultima parola che un genitore, una persona cara, pronuncia prima di morire: quella parola te la porti con te oltre la morte.

Un giorno per amarci non avremo più bisogno dirci ti amo a parole, perché l’amore eterno supera le barriere del tempo, supera la dimensione dello spazio, oltrepassa la carne e pure il cuore, e resta amore per sempre. Non è un amore acceso, è un amore asceso.

Questo amore è Cristo che asceso, ha deciso di rimanere scosceso sempre verso di noi, cosicché anche noi impariamo che non esiste un amore immobile, disincarnato, ma un amore eterno che si comunica con la lingua di carne all’imperativo dell’amore coniugato all’infinito: amare. Punto.

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