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Omelia della Missa in Coena Domini 2020

9 aprile 2020

Giovedì Santo

Missa in Cœna Domini

9 aprile 2020

(celebrazione a porte chiuse per pandemia covid-19)

Mi mancherà molto quest’anno compiere quel gesto che, senza alcuna parola, sintetizza il senso più profondo del sacerdozio di Cristo: lavare i piedi.

Un esserino di appena 100 nm di diametro (vale a dire circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!), oggi ci costringe tra le sponde di uno spazio dove le nostre relazioni sono ormai segregate e il nostro primario bisogno di contatto è stato subordinato alla neutralizzazione del contagio che ha messo in ginocchio l’umanità di un mondo che sembrava essere diretto sulla via della massima evoluzione.

Il prefisso “smart” (veloce, rapido, a distanza) connota con esattezza non soltanto il mondo del lavoro, ma anche quello della vita a tutto tondo. Oggi dovremmo parlare di smart life, ovvero di una vita ristretta.

Quanti amori ristretti dalla distanza sociale; quante lezioni ristrette nell’ambito della propria cameretta; quante famiglie ristrette dalla secessione affettiva dei figli emigrati a nord o a sud.

Ma la realtà più brutale è allorquando questo prefisso lo si aggiunge alla morte: è sconcertante che un padre, una madre, un figlio debbano morire senza nemmeno poter guardarsi negli occhi per l’ultima volta, senza il conforto del calore di una mano familiare. Chi l’avrebbe mai detto che oggi avremmo pure potuto ringraziare il Signore per aver avuto, in passato, la possibilità di stare accanto ai nostri genitori negli ultimi istanti della loro vita.

Questo contagio, ci ha sottratto il contatto, il bene più prezioso in una società che definiamo “iper-connessa”, ormai soltanto virtualmente.

Dio stesso si è fatto carne per poter condividere con noi la nostra stessa carne; si è fatto corpo per poter toccare l’umanità e lasciarsi toccare dall’umanità.

Il contatto genera sempre una duplice trasformazione: non si può toccare senza essere «toccati». Il tatto è, tra i sensi, il più compromettente: è prossimità, relazione, confidenza. È il più umano e il più mistico dei sensi. Per l’antropologia biblica, “toccare” è qualcosa che va oltre la percezione di un contatto fisico: attraverso il tatto la Scrittura parla di purificazione, guarigione, perdono, desiderio.

Il Vangelo ci ricorda numerose esperienze in cui Gesù si fa prossimità e accoglie, risana, guarisce, consola senza temere nemmeno il contatto diretto con le malattie e impurità. È un Dio che non ha paura del contagio umano della sofferenza e della malattia.

 I bambini. “Accarezza, abbraccia” (Mc 10,13-16)

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15 In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. 16 E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

La suocera di Pietro “solleva” (Mc 1,30-31),

30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano (verbo krateo: afferrrae con forza); la febbre la lasciò ed ella li serviva.

La figlia del capo della Sinagoga ”prende per mano” (Mc 5,41),

Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum“, che significa: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”.

 La trasfigurazione (Mt 17,1-9)

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. […]

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”.

La donna emorroissa (Mc 5,25-34)

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni […] udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello.

28 Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”.

[…] 30 E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”.

Il lebbroso “tocca” i malati (Mc 1,40-41)

40 Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. 41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”.

 Il sordomuto della Decapoli (Mc 7,32-33)

32 Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà“, cioè: “Apriti!”.

Giuda lo bacia (Mt 26, 48-49)

48 Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò.

Maria sorella di lazzaro (Gv 12,1-3)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali

Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.

 Il discepolo che Gesù amava (Gv 13,23-25)

23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. 25 Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”

 

Anche da risorto, il suo corpo non perde la sua corporeità e si concede alla vista e al tatto dei discepoli: ”Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa, come vedete che io ho” (Lc 24,39).

Per non parlare di Tommaso (Gv 20-27-29)

27 Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”.

28 Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Durante quest’ultima cena, però, si compie il mistero di un dono esclusivo, spinto fino allo svuotamento più totale, fino all’estremità dell’offerta. Il donare totalmente rinunciando a tutto anche al proprio corpo è quello che potremmo chiamare il donarsi: qui il dono coincide con il donante, simbolicamente uniti da un amore senza ritorno.

“si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita” (Gv 13,4)

Il verbo τίθημι traduce bene il senso del mettere a terra con decisione tutto, ma proprio tutto quello che lo rivestiva e non soltanto il mantello esteriore, come il sostantivo al plurale ἱμάτια ci dice, ovvero tutte le robe, anche quelle intime, anche la sua intimità divina. E così facendo ci insegna la via dell’amore nudo, dell’amore spogliato, dell’amore senza ritorno, dell’amore incontaminato anche dal riconoscimento della sua azione, quello che non cede alla logica del “do ut des”, “ti amo se tu mi ami”, ma alla logica oblativa dell’ “ama et fac quod vis” come insegna sant’Agostino.

Questo amore spinto alla sua massima estensione, svincolato da ogni regola del contraccambio, libero da ogni contatto fisico, perso nel suo medesimo donarsi, scevro da ogni ricavo sentimentale, assume la forma della bellezza tutta intera. Attenzione non stiamo parlando di un dono bello che potrebbe suscitare la meraviglia dei sensi di chi lo riceve, ma della bellezza stessa che nel suo autodonarsi, senza senso, senza alcun utile, diventa amore perso alla follia. Questa è la bellezza dell’amore.

Forse, allora, in quella conclusione di Gesù “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”, ha senso oggi chiedersi:

  • Come si fa a lavare i piedi, senza piedi?
  • Come si fa ad amare, senza contatto?
  • Come si fa a donarsi senza un dono?
  1. La distanza estetica

In questo periodo di quarantena, siamo costretti a mantenere una “distanza sociale”, è vero. Ma forse non ci siamo mai accorti che il bello di per sé necessità di una distanza estetica. Qualcuno ha mai potuto osservare un quadro con gli occhi attaccati alla tela? O ha potuto vedere il volto della persona che ama standogli attaccato alla guancia? Che strano però: il bacio annulla la vista. O il mare, un panorama, il cielo non li si gustano a distanza ravvicinata. Noi viviamo nell’era del “touch”, dove ogni tocco determina l’immediato realizzarsi di una azione sempre uguale, sempre ripetitiva.

La bellezza, al contrario, richiede distanza e tempi lunghi.

Per il saggista francese Roland Barthes, nel suo libro “Miti d’oggi” (Einaudi, Torino 1994, 149) il tatto “è il più demistificatore dei nostri sensi, al contrario della vista che è il più magico”. Il senso della vista salvaguarda la distanza, mentre il tatto la abolisce. Senza distanza, nessuna mistica è possibile. La demistificazione rende tutto godibile e consumabile. Il senso del tatto secolarizza ciò che tocca. Al contrario del senso della vista, il tatto è incapace di stupore.

Scrive il prof. Byung-Chul Han, sudcoreano, uno dei più interessanti filosofi contemporanei:

«L’esperienza del bello oggi è impossibile. Quando si fanno largo il “mi-piace”, il “like”, viene meno l’esperienza la quale risulta impossibile senza negatività.

La comunicazione visuale si compie come un contagio, senza alcuna distanza estetica. La completa visibilità dell’oggetto annienta anche lo sguardo. Solo il ritmico alternarsi di presenza e assenza, di velamento e svelamento, tiene desto lo sguardo».

(Byung-Chul Han, La salvezza del bello, Ed. Nottetempo, Milano 2019, 16).

Distanza non significa “prendere le distanze”, ma indietreggiare un po’ per far spazio alla bellezza dell’altro, senza consumarlo.

In pratica. Ti sei mai messo di fronte al volto di tua moglie o di tuo marito o di tuo figlio, così in silenzio, a contemplarlo e hai pensato “Che bello!”? Se sì, quella è la meraviglia della bellezza in sé, che va oltre il trucco, oltre i vestiti, oltre gli aggettivi appariscenti, oltrepassa il suo carattere e anche i suoi connotati negativi. Se non lo hai ancora fatto, provaci.

  1. La bellezza della bellezza

Ricordiamo tutti in Gv 6,26 che Gesù risponde alla folla: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.

Così è per la bellezza. Non la si cerca per una finalità che mi soddisfa o mi riempie lo stomaco. Che bellezza è per un medico ad andare a morire senza riserve in una corsia di ospedale? Che bellezza c’è nel partire in missione nei paesi più poveri del mondo? E che bellezza c’è nel rimanere chiusi in casa?

Secondo Tolstoj per comprendere veramente una qualsiasi attività umana “è necessario innanzitutto considerarla in se stessa e non soltanto in rapporto al piacere che ne possiamo ricavare”

(Lev Tolstoj, Che cos’è l’arte, Feltrinelli, Milano 1978, 55)

L’ideale della bellezza si sottrae ad ogni consumo e come scrive Kant non “permette ad alcuna attrattiva sensibile di mischiarsi al piacere del suo oggetto e nondimeno suscita un grande interesse” (I. Kant, Critica del Giudizio, Laterza Roma-Bari 1979, 81)

La bellezza non sta nelle cose che facciamo, non sta nei nostri ragionamenti, non appartiene al fisico scolpito di uomo o al design dell’ultimo ritrovato tecnologico. La bellezza sta nella ricerca stessa della bellezza.

Scrive Simone Weil in un libro bellissimo

“Quaggiù la bellezza è la sola finalità. Come Kant ha detto benissimo, è una finalità che non contiene alcun fine. Una cosa bella non contiene altro bene fuorché se stessa” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelfi, Milano 2008, 125)

In partica: se tu ami qualcuno per la sua bellezza corporea o per quella intellettiva, quell’amore con il trascorrere del tempo, sfuma. L’amore che persiste, invece, è il tempo che rimane nonostante il calendario. “Quando sto con te, il tempo si ferma”.

  1. La bellezza non si consuma

Giuda tradisce il suo amico più caro, perché per lui “caro” non aveva nessuna valenza affettiva, se non speculativa ed economica.

Abbiamo vissuto anche noi, un tempo in cui “l’usa e getta” assecondava la legge del “è diventato vecchio, non mi piace più, non mi serve più” e del “mi compro quello nuovo”, dove quel “mi compro” dice tutto il senso riflessivo del “mi svendo”.

Scrive il prof. Byung-Chul Han:

«Il bello ha il proprio fine in se stesso. Il suo splendore vale per se stesso e per la propria necessità interna. Non si sottomette ad alcun “fine di”, ad alcun contesto d’uso a esso estrinseco, poiché esiste per se stesso e riposa in se stesso. Consumo e bellezza si escludono reciprocamente. Il bello non si fa pubblicità, non induce al godimento o al possesso; invita piuttosto a un indugio contemplativo. Fa svanire sia il desiderio sia l’interesse».

(Byung-Chul Han, La salvezza del bello, Ed. Nottetempo, Milano 2019, 70).

Sant’Agostino stesso in quel celebre passo delle Confessioni dice:“Tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo e, brutto com’ero, mi gettavo sulle bellezze da te create. Eri con me, ma io non ero con te”. (Agostino, Confessioni, X,27,38).

In partica. Ci diciamo spesso quanto ci amiamo ne quanto ci vogliamo bene, anzi nel linguaggio “smart” ce lo pittografiamo. Ma perché, aldilà del risvolto affettivo, non ci diciamo: “Sai che sei bello? Sei proprio bella!”. Questo non ce lo diciamo mai. Magari siamo più portati al linguaggio degli istinti carnali primordiali: “Quanto sei bona/o!”

  1. La bellezza salverà il mondo

Sul valore salvifico della bellezza è impossibile non ricordare una celebre pagina di Dostoevskij tratta dal romanzo “L’idiota”.

La scena è ambientata in una villa dell’aristocrazia russa affollata per una festa di compleanno durante la quale il giovane Ippolit, malato di tisi, ateo e infervorato del suo ateismo, chiede al festeggiato, il principe Miskin, il personaggio che dà il titolo al romanzo, perché la sua fede candida viene spesso scambiata per idiozia dagli uomini di mondo: «È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?». Poi rivolgendosi a tutti e alzando la voce: «Signori miei, il principe afferma che il

Mondo sarà salvato dalla bellezza! Io, invece, affermo che lui ha questi pensieri frivoli perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato… » Infine rivolto di nuovo al principe riprende: «Quale bellezza salverà il mondo?»

( F. Dostoevskij, L’idiota, Garzanti, Milano 1982, 478).

Scrive il teologo Vito Mancuso: «Io non so se la bellezza salverà il mondo. Sono però sicuro che può salvare quel piccolo pezzo di mondo che è ognuno di noi. Nutrendosi di bellezza, il nostro io a poco a poco si libera dalle sue ristrettezze e dalla sua volontà appropriativa, nonché dalle sue paure e dalle sue ansie, si libera insomma da tutto quel magma incandescente a volte marcescente il cui insieme denominiamo ego spesso all’origine del cosiddetto male di vivere e di tanta sofferenza.

Se viene accolta con l’abbandono che richiede, l’esperienza della bellezza può rompere le barriere dell’ego e avere un potere salvifico.

La salvezza infatti, esistenzialmente intensa, consiste nell’esperienza paradossale di chi assiste al compimento del proprio sé mediante l’uscita dal proprio sé: salvo è quell’essere umano che vive per qualcosa più grande di sé, che rompe le barriere dell’ego, si trascende e si dedica a una realtà più importante e più nobile».

(Vito MANCUSO, La via della Bellezza, Garzanti, Milano 2018, 168)

Elaine Scarry, professoressa all’Harvard University, nel suo libro “Sulla bellezza e sull’essere giusti” (Il Saggiatore, Milano 2001, 89) rimanda ad un’esperienza del bello che denarcisizza il soggetto.

Al cospetto del bello il soggetto si eclissa e fa spazio all’altro.

«La bellezza secondo Simone Weil ci obbliga ad “abbandonare la nostra immaginaria posizione di centralità” […] Non è che non siamo più al centro del mondo: non ci siamo mai stati. Noi cediamo volontariamente il campo alla cosa bella che ci sta di fronte».

L’atteggiamento consumistico annienta la diversità dell’altro, l’alterità.

Tale uscita da sé può essere così intensa da potersi definire anche come perdita, il perdere la propria vita di cui parla il Vangelo (cfr. Marco 8,35). Perdersi nel bello, dimenticarsi, spostare il baricentro del proprio esistere fuori da sé, costituisce un movimento assecondando il quale il proprio gusto diviene gusto per l’armonia, per la proporzione, per l’equilibrio dei rapporti, e quindi per l’etica. Fare esperienza di bellezza può significare ricevere una specie di rivelazione che, a partire dalla bellezza di quaggiù, ci parla di un’altra più vera Bellezza e come dice Platone “ci mette le ali” e la vita acquista slancio, direzione, significato, sapore. Altro che bibite energetiche!!!!

«[…] Ecco dove l’intero discorso viene a toccare la quarta specie di delirio: quello per cui quando uno, alla vista della bellezza terrena, riandando col ricordo alla bellezza vera, metta le ali, e di nuovo pennuto e agognante di volare, ma impotente a farlo, come un uccello fissi l’altezza [e] e trascuri le cose terrene, offre motivo d’essere ritenuto uscito di senno».

(Platone, Fedro, 249 d)

Questo volo sancisce lo sgancio dal sistema dei benefici a vantaggio delle sicurezze terrestri del nostro ego e il decollo verso lo spazio illimitato del tu. Una relazione che si reALIzza!

«Alla luce di tutto ciò io penso che il senso umano del vivere sì esprima come superamento di sé. Lo si comprende dal fatto che l’esperienza estetica è sempre anche un’esperienza estatica perché conduce il soggetto a uscire verso una dimensione più grande». (Mancuso, 130)

Il termine estetica va inteso qui nel significato originario del verbo greco aìsthanomai di «sentire col cuore, percepire, captare»: ogni vera esperienza estetica rimanda alla percezione di un livello di realtà al di là dell’ordinaria attestazione dei sensi e che per questo fa uscire da sé, secondo il significato del termine estasi.

In pratica. Ecco quale bellezza si nasconde dietro il velo di un camice bianco. Un amore che non resiste ad essere soffocato e contenuto nel suo autocompiacimento. Ma deve venire allo scoperto, in una vera e propria  epifania della bellezza. Ecco perché un medico di 76 anni può permettersi di affermare: “È bello per me poter tornare in reparto a dare una mano!”

  1. La bellezza ci salverà dalla tecnologia

Esiste oggi un altro pericolo, molto insidioso soprattutto in questo nostro periodo di quarantena, sconosciuto agli esseri umani delle generazioni precedenti, rispetto al quale la bellezza può rivelarsi salvifica: mi riferisco alla tecnologia e all’immenso potere che essa sempre più esercita sulla mente e

sulla libertà umana.

Il mondo perfetto e impeccabile che forse la tecnologia sta preparando per noi potrà essere più comodo ed efficiente ma certamente non sarà più bello, anzi, è probabile che sarà più brutto, perché a esso mancherà quell’elemento costitutivo della bellezza naturale che è l’irregolarità, unicità, la singolarità irripetibile.

«Come insegna la natura, la bellezza esiste solo dove si dà irregolarità, imperfezione caos, disordine     .

La vera bellezza è sempre fatta “a mano”, e il fare a mano richiede tempo e lascia spazio all’irrompere del caos, imperfezioni ed errori compresi.

(Vito MANCUSO, La via della Bellezza, Garzanti, Milano 2018, 170)

Pensate un po’ che il grande imperatore Marco Aurelio Antonino Augusto, che tra l’altro morì di peste nel 180 d.C. mentre combatteva i Barbari sul Danubio, nei suoi “Colloqui con se stesso” così scriveva:

«Per esempio, mentre il pane si cuoce alcune sue parti si screpolano e queste venature che vengono così a prodursi, e che in un certo senso contrastano con le le regole della panificazione, hanno però una loro eleganza e un modo particolare di stimolare l’appetito. Ancora: i fichi pienamente maturi si presentano aperti. E nelle olive che dopo la maturazione sono ancora sulla pianta è proprio quell’essere vicine a marcire che conferisce al frutto una speciale bellezza».

(“Ricordi di Marco Aurelio Antonino, Imperatore e Filosofo”, libro terzo, pens. II, traduzione di Michele Milano, 1835).

La bellezza non coincide mai con il bello estetico e fruibile.

Nel IV Carme del Servo sofferente che stiamo leggendo in questi giorni, il Servo-Gesù è descritto come colui che “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere”. (Is 53,2)

Gesù non attrae per la sua bellezza fisica, ma perché Lui è la bellezza.

In pratica. Impara ad amare, accettare e contemplare anche i tuoi anestesismi, le irregolarità dell’altro, i limiti delle tue relazioni, le imperfezioni della forma della tua vita. L’amore spinto oltre il valore puramente estetico, eccede e diventa per-amore, per-dono, il per-manente nonostante ogni variabile, nonostante ogni peccato, nonostante ogni tradimento.

Perché si può scorgere la bellezza anche nei momenti brutti.

C’è un film molto bello che vi consiglio di vedere, uscito nel 2016, con Will Smith, si chiama “Collateral Beauty” che ci regale un concetto molto profondo: anche nella tragedia più grande, anche nel buio più profondo, esiste una bellezza collaterale che scopri solo attraverso il contatto con tutti coloro che ti circondano.

E ripeti più spesso la giaculatoria: “La vita è bella!”

  1. Un’eccezione non eccessiva. Maria di Magdala (Gv 20,15-18)

Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro””.

In Greco il verbo ἅπτομαι significa proprio toccare energicamente.

La Vulgata traduce con “Noli me tàngere”.

Si tratta di un’eccezione che fa riflettere. Ecco dunque che il “Noli me tangere” resterà per sempre un invito a toccare senza possedere, ovvero toccare senza trattenere per sé, senza consumare.

Così per Maria Maddalena in quell’alba, la partenza è una ferita, un confine insopportabile. L’amato non si lascia definire, catturare.

Il Vangelo di Giovanni ci racconta una presenza che, sottraendosi, rimane per sempre.

In pratica. Prega, perché la preghiera ci unisce senza legarci, intercede senza trattenere, arriva gratuitamente come benedizione per l’altro anche se l’altro ne è inconsapevole, chiede a Dio nel segreto del proprio cuore. E un dono intimo, silenzioso, nascosto è un dono intangibile al tempo e inaccessibile al peccato: la preghiera non si consuma. È bella.

Ha scritto il famoso filosofo francese Jean-Luc Nancy:

“Toccami con un tocco vero, ritratto, non appropriante e non identificante…Non puoi tenere né trattenere niente, ecco ciò che devi amare e sapere. Ecco che cosa ne è di un sapere d’amore. Ama ciò che ti sfugge, ama colui che se ne va. Ama che se ne vada”.

 

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